LE CASTE POLITICHE E LE LORO CASTE SINDACALI

Novara -

Perché tanti ex sindacalisti siedono in Parlamento? e quasi sempre con incarichi importanti, presidenti di Commissioni, ecc.?! tanti sono diventati Ministri e sottosegretari, tanti sono stati nominati alla direzione o nei consigli di amministrazione di enti e imprese pubbliche, tanti fanno parte della direzione dei partiti o ne sono stati segretari.

 

La lista dei loro nomi sarebbe lunga e riguarderebbe ruoli in ambito nazionale, regionale, locale, cioè ovunque la politica abbia un qualche potere decisionale.

 

Citiamo solo alcuni nomi famosi: Epifani, Cofferati, Bertinotti, Amato, Benvenuto, Del Turco, Damiano, Chiamparino, Polverini, Pezzotta, Treu, Baretta, Di Salvo, Airaudo, Cazzola, Moretti...

 

La classe politica avrebbe quindi premiato quella dei sindacalisti riconoscendo la loro popolarità, rappresentatività, capacità, affidabilità?

 

Sembrerebbe di sì, dati i criteri di selezione prevalenti.

 

Cgil, Cisl, Uil e Ugl, sindacati di provenienza della quasi totalità di loro, sono quindi anche un trampolino di lancio per tante gratificanti carriere politiche.

 

Per converso, si dovrebbe concludere , sarebbero una delle basi della stabilità dello status quo politico che preme a quei partiti e ovviamente anche a quei sindacati il cui legame con la classe dirigente politica è ben rappresentato anche dalle stesse carriere politiche dei loro sindacalisti.

 

La dipendenza del quadro sindacale citato da quello politico è rappresentato anche dalla circostanza che quasi mai avviene che un politico passi ad incarichi sindacali.

 

Non diciamo nulla per ora di cosa significhi questo per la politica e per gli interessi del paese, qualche notazione vogliamo farla sulla consapevolezza che ne abbiamo quando parliamo di sindacato, quando lo critichiamo, quando ci iscriviamo o no al sindacato, quando partecipiamo o no alle sue iniziative e più in generale sul ruolo di rappresentanza sociale del sindacato e sulle sue iniziative conseguenti.

 

E' evidente che un sindacato di tal fatta, i quattro citati, non sono, non possono essere indipendenti a nessun livello della loro azione dal quadro politico esistente e ugualmente la loro rappresentatività del mondo del lavoro, dei pensionati, dei disoccupati non può essere disgiunta da quella del quadro politico che interpretano sul piano sociale.

 

L'adesione a quei sindacati e alle loro iniziative non è certamente adesione esplicita a quanto fanno i partiti di regime nel loro alternarsi al governo o alla opposizione ma è certamente l'adeguamento al gioco politico che viene trasferito sul piano sociale. Ne è esempio la combattività o la remissività di uno o l'altro di questi sindacati nei confronti del governo a seconda di quale dei partiti ne siamo alla guida: contro i provvedimenti del governo Berlusconi (esempio: riforma pensioni) si fanno manifestazioni, scioperi, mentre contro uguali se non peggiori provvedimenti di Prodi, Fornero ecc. non si fanno scioperi, oppure per altri sindacatati scioperi non se ne fanno proprio più perché si deve essere collaborativi comunque.

 

Infatti l'indipendenza del sindacato presuppone l'autonomia e questa come ognuno può rilevare non esiste, anche per i fattori emblematici sopra descritti.

 

Sindacati quindi nè autonomi né indipendenti dai partiti e dal quadro politico, per converso invece necessariamente autonomi ed indipendenti dai loro rappresentati che esprimono interessi diversi e divergenti dagli obiettivi sindacali; autonomi e indipendenti da chi ha bisogno di difendersi dalle naturali controparti nei casi di conflitto.

 

La sfiducia e la critica nei partiti tradizionali si manifesta anche con la bassa percentuale di elettori e con l'irrompere sulla scena di nuovi soggetti non legati ad interessi monopolistici e fuori dagli schemi politicisti.

 

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